La Leggenda

Ultima modifica 4 febbraio 2021

Nel 1930 a seguito dell’incarico ricevuto dall’allora podestà di Gravina, Giovanni Aiello, fu prodotta una relazione storica sulle origini basata sulla ricostruzione minuziosa ed originale di antichi simboli legati allo stemma Gravinese.
Egli così scriveva : “…. Che Il primo toponoma di Gravina fosse quello di Piakos lo attesta la più che millenaria tradizione vocale, della quale quella zona è chiamata li plachi, derivato volgare di piakos.


L’esistenza nell’alta antichità di un abitato in vicinanza di Catania denominato Piakos è provato da una moneta di bronzo unica che è posseduta dal British Museum di Londra.

I più reputati numismatici convengono nel riconoscervi un conio uscito alla fine del V secolo a.c. dalla zecca di Catania, poichè la giovane figura rappresentante un Dio fluviale è uguale a quella che appare nei conii contemporanei di Catania, rappresentanti il fiume Amenano.

Attorno a quella bella figura sta la leggenda. I cittadini di piakos si servirono della zecca di Catania, perchè questa città e quella di Gravina devono essere legati da stretti vincoli di interessi e di sangue.
Piakos era un luogo di delizia per la caccia, per gli uliveti e per le acque, le quali corrono ancora sotto le lave di Gravina, a San Paolo, Fasano, Barriera, Licatia. fino al mare di Ognina. (Catania).
Il luogo di piakos può essere identificato ad un km ad ovest dell’odierna Gravina nel fondo detto “ allegra ”.

L'economia agricola di Gravina era dimostrata dalla presenza di palmenti, frantoi e mulini. Legata alla produzione vinicola era un'industria che dalle vinacce estraeva alcool etilico.
Venivano praticati anche difficili mestieri come il pozzaro che, con tecniche allora rudimentali, scavavano pozzi per la ricerca dell'acqua.
Al di sotto di alcune zone pietrose di Gravina, attraverso stretti cunicoli, si estraeva una particolare ghiaia rossa usata nell'edilizia.